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Il terremoto di Noto Antica, il più forte della storia sismica italiana

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Il terremoto di Noto Antica, il più forte della storia sismica italiana

La storia della distruzione di Noto Antica non è stato un fatto storico limitato al ragusano, ma è un evento che ancora oggi, investe e interroga l'intero paese, una vera e propria "pietra miliare" nella storia sismica.
Nell'attuale versione del Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI11) risulta essere il più forte evento sismico (Mw=7.4) avvenuto negli ultimi 1000 anni sull'intero territorio nazionale. Inoltre, per vastità dell'area colpita, numero di vittime e gravità degli effetti provocati, è tra i terremoti maggiormente distruttivi della storia sismica italiana.

Un'importanza enorme per la colossale e problematica opera di ricostruzione e di riedificazione che modificò radicalmente l'intera rete insediativa di una ampia parte della Sicilia.
Il terremoto colpì un territorio vastissimo in due riprese, con due violentissime scosse avvenute a distanza di due giorni. Il primo forte evento si verificò il 9 gennaio 1693 attorno alle ore 21:00 GMT (il tempo medio di Greenwich, orario riportato per convenzione nei cataloghi sismici), le 4:30 secondo l'uso orario "all'italiana" in vigore all'epoca. Nonostante questa prima scossa sia avvenuta a meno di 48 ore dal secondo, ben più grave terremoto, il quadro complessivo dei suoi effetti macrosismici risulta comunque ben documentato.
I danni furono gravissimi in centri come Augusta, Avola (l'attuale Avola Vecchia), Noto (l'attuale Noto Antica), Floridia e Melilli, dove crollarono molti edifici. Gravi danni e crolli interessarono anche Catania e Lentini. A Catania, già seriamente danneggiata dalla distruttiva eruzione dell'Etna del 1669, molti palazzi e abitazioni, nonché chiese e monumenti, subirono lesioni diffuse, alcune case private crollarono provocando la morte di 16 persone. A Siracusa molti edifici furono lesionati, alcuni rimasero pericolanti, ma nel complesso i danni furono meno gravi rispetto a Catania. La scossa fu avvertita fortemente, ma senza danni, a Messina e a Malta, e sensibilmente fino a Palermo.
Il secondo terremoto – preceduto circa 4 ore prima da un'altra forte scossa che però non aggravò sensibilmente i danni della prima – avvenne il giorno 11 gennaio 1693 alle ore 13:30 GMT (circa le 21 secondo l'orario "all'italiana" in vigore all'epoca) ed ebbe effetti veramente catastrofici. L'enorme gravità di tali effetti fu dovuta anche al fatto che questi andarono in parte a sovrapporsi a quelli della scossa del 9 gennaio. E' anche vero, però, che l'area colpita fu molto più vasta rispetto a quella interessata dal primo terremoto, tanto che molte località che erano state solo leggermente danneggiate, o non danneggiate affatto il 9 gennaio, questa volta subirono danni importanti o vere e proprie distruzioni.
Basti pensare che solo l'area dei danni più gravi risultò estesa su un vasto territorio di oltre 14.000 kmq, che venne completamente devastato. Tutta la Sicilia orientale fu gravemente colpita.
Crolli e danni gravi si ebbero fino a Messina e alla costa tirrenica (Patti e Naso), verso nord, e fino a Malta verso sud. Danni diffusi e rilevanti furono riscontrati a Reggio Calabria, Agrigento e addirittura a Palermo, situata a più di 150 km dall'area epicentrale. Danni più leggeri si ebbero fino alle Isole Eolie e in alcuni centri della Calabria centro-meridionale.

Il Catalogo Parametrico dei Terremoti Italiani (CPTI11), che riprende lo studio di Guidoboni et al. (2007), classifica questo terremoto con un'intensità epicentrale pari al grado 11 MCS e una magnitudo momento equivalente (calcolata sulla base della distribuzione degli effetti macrosismici) Mw pari a 7.4, tra le più alte dell'intera area mediterranea.
Il terremoto, soprattutto la grande scossa dell'11 gennaio, ebbe un forte impatto anche sull'ambiente naturale, producendo effetti d'intensità e dimensioni notevoli su un'area molto vasta. In molte località della Sicilia orientale, sparse tra Messina e l'area iblea, si aprirono fenditure nel terreno dalle quali, in molti casi, furono segnalate fuoriuscite di gas o di acque calde e altri materiali fluidi. Nel territorio ibleo, dove si ebbero i massimi effetti, ci furono frane e smottamenti, che in alcuni casi sbarrarono e ostruirono corsi d'acqua portando alla formazione di nuovi invasi. Tutto il periodo sismico fu, inoltre, accompagnato da un'intensa attività dell'Etna.
Gli effetti più rilevanti, però, furono quelli di maremoto. La scossa dell'11 gennaio generò ondate di tsunami che investirono varie località della costa orientale della Sicilia, da Messina a Siracusa.
Gli effetti più gravi si ebbero ad Augusta, dove l'onda di maremoto raggiunse l'altezza di 30 cubiti (circa 15 metri) danneggiando le galere dei Cavalieri di Malta ancorate in rada e inondando la parte della città prospiciente il porto. A Catania il mare dapprima si ritirò dalla spiaggia per alcune decine di metri, trascinando alcune barche ancorate presso la riva, poi a più riprese si riversò violentemente sulla costa con onde alte oltre 2 metri che entrarono in città fino alla piazza San Filippo (l'attuale piazza Mazzini).
Il periodo sismico fu molto lungo e intenso: le repliche, anche di forte intensità, furono avvertite per oltre 3 anni, almeno fino all'aprile 1696, e misero a durissima prova la capacità di resistenza dei sopravvissuti.
L'impatto del terremoto sul contesto antropico fu devastante: la popolazione in molte località fu ridotta drasticamente.
La statistica ufficiale, redatta nel maggio 1693, riporta circa 54.000 morti, di cui quasi 12.000 nella sola Catania (il 63% dei circa 19.000 abitanti di allora); 5.045 (51%) a Ragusa; 1.840 (30%) ad Augusta; 3.000 (25%) a Noto; 3.500 (23%) a Siracusa, e 3.400 (19%) a Modica.
Le condizioni dei sopravvissuti nei mesi successivi al disastro furono di estrema precarietà, tra continue scosse, scarsità di viveri e di beni di prima necessità, mancanza di medici necessari per curare i tantissimi feriti, il costante rischio di epidemie. Catania fu praticamente abbandonata e rimase in mano agli sciacalli e ai ladri.
Tuttavia, se il terremoto nei primi tempi dell'emergenza ebbe l'effetto di deprimere ulteriormente la già precaria economia siciliana, nel medio termine, invece, fece da volàno per la ripresa economica: questa infatti risultò incentivata dalla vasta attività edilizia che investì tutta l'area colpita, attraverso progetti imponenti di ricostruzione e spesso di rifondazione di intere città e paesi, che richiamando molta manodopera riattivarono l'intero ciclo produttivo. Da questo punto di vista, il terremoto del 1693 rappresenta nella storia italiana uno dei pochi casi in cui un disastro sismico si è rivelato occasione di sviluppo e di rilancio economico per le zone colpite.

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