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I Luoghi

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Il Val di Noto è giustamente famoso per le scenografiche città tardo-barocche che hanno goduto del prestigioso inserimento nella World Heritage List. Meno conosciuto, o affidato solo a ricerche specialistiche, è il fatto che questa straordinaria stagione artistica avesse avuto una “preistoria”, oggi ricostruibile solo per frammenti, scomparsa in seguito a eventi catastrofici. La città di Noto Antica custodisce tra migliaia di metri cubi di macerie, i frammenti di quel periodo, costituiti da prestigiosi elementi di architetture che giacciono spesso negli stessi punti in cui rovinarono la sera dell’undici gennaio 1693.

Potrebbe dirsi quasi che la città stessa è un immenso museo a cielo aperto e sicuramente, uno dei siti archeologici tra i più estesi della Sicilia (circa 40 ettari). Un consistente numero di elementi lapidei, rinvenuti durante le campagne di scavo, fanno parte della raccolta del Museo Civico; pur se decontestualizzati dagli edifici e dalle architetture di provenienza, rappresentano una delle fonti materiali disponibili per ricostruire un’immagine della civiltà architettonica insieme alla cartografia antica, a una serie di descrizioni di cronisti (V. Littara, F. Tortora, R. Pirri) e a documenti archivistici. Scavi mirati e scoperte episodiche continuano ad offrire plurimi indizi di una produzione secolare, di altissima qualità: dal medioevo all’età moderna. Non si tratta solo di porzioni di architettura o di scultura, talora bastano frammenti, apparentemente insignificanti, per comprendere come Noto costituisse un luogo ideale per apprendere il segreto della costruzione in pietra a vista.

STORIA URBANA DI NOTO ANTICA

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La fondazione dell’antica Neai (prima denominazione di Noto Antica) è attribuita ai siculi e riconducibile al V secolo a. C. anche se il cuoriforme monte Alveria era stato abitato fin dalla tarda età del bronzo. Passata sotto la dominazione greca la città fu chiamata Neiaton. In età romana, Neetum – o Netum – acquisì un ruolo fondamentale nel controllo e nella difesa del territorio circostante. Tale ruolo fu confermato anche dagli arabi, cui si deve il nome Noto (illustre, eminente), che ne fecero una roccaforte e la posero a capo dell’omonimo Vallo, uno dei tre distretti amministravi in cui era stata divisa la Sicilia. Nel XII secolo, sotto il dominio normanno, il sistema difensivo della città fu migliorato con la costruzione di un castello-fortezza che ne proteggesse la parte più vulnerabile, nell’istmo a nord, e fu avviata la costruzione delle prime chiese. Se il XIV secolo fu segnato dalle continue lotte civili fra partigiani aragonesi e angioini, nel Quattrocento, sotto Alfonso il Magnanimo Noto, visse un periodo di relativo benessere economico e culturale, tanto che nel 1503 fu anche fregiata dell’appellativo di civitas ingegnosa.

Nel corso del XVI secolo, costituendo un riferimento difensivo fondamentale contro gli attacchi dei Turchi a danno della costa sud-orientale dell’isola, le fortificazioni netine furono integralmente rinnovate. Le prime iniziative progettuali si devono al viceré Ferrante Gonzaga, che, intorno al 1542 circa, affidò al suo l’ingegnere militare, Antonio Ferramolino da Bergamo, il compito di consolidare il sistema difensivo della città, progetto che fu poi continuato e portato a termine dal suo successore Juan de Vega negli anni Cinquanta del secolo.

Due preziose iconografie - una pianta e una veduta ricopiate su originali scomparsi – e le poche fonti disponibili cristallizzano l’immagine di Noto Antica nel XVII secolo, prima del sisma, permettendoci di ricostruire il suo aspetto generale. Il nucleo urbano era cinto da imponenti mura, aperte da nove porte, ed era dominato a nord dalla mole del castello di origine normanna che, dopo l’ampliamento realizzato nel 1430 circa da Pietro d’Aragona, fratello di Alfonso, aveva acquisito la denominazione di “reale”.

L’impianto urbano era ancora essenzialmente quello medievale, caratterizzato dall’andamento geomorfico delle strade che si adattavano all’orografia del monte Alveria. La strada principale, la via piana, correva lungo il crinale del monte, collegando la porta settentrionale o porta della montagna, ancora oggi visibile, e il castello ai principali complessi civili e religiosi disposti intorno alle piazze di Santa Venera e Maggiore. Un altro ampio spazio aperto era costituito dal piano del Santissimo Crocifisso, a sud del castello. Al momento in cui fu distrutta dal terremoto dell’11 gennaio 1693 la città era di certo prospera e in piena attività, con un centinaio di palazzi e una cinquantina di chiese, alcune delle quali, come quella dei Gesuiti e la stessa chiesa Madre, ancora in costruzione.

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